LAZIALI D’ESPORTAZIONE Lega Pro, Girone A – Feralpisalò, Raffaello si gioca la B: “Cresciuto a Sabaudia in una famiglia di contadini, non mi arrendo mai!”

Sono tanti i ragazzi della nostra regione sparsi per l’Italia e all’estero. Laziali d’esportazione, rubrica di Lazioingol.it, punta a riavvicinarli idealmente a casa, indagando circa le nuove abitudini, i nuovi usi e costumi. Il nuovo modo d’intendere e di vedere il football, lontano dal rassicurante focolare domestico.

La terra come insegnate e scuola, il calcio come l’esame finale dove dimostrare di aver ascoltato e imparato la lezione. Davide Raffaello è questo. Non è il solito giocatore che ama il trambusto della vita mondana, no lui è fatto di un’altra pasta anzi forse meglio dire che è un frutto raro. E ai microfoni di Gianlucadimarzio.com si è raccontato: dalla sua campagna a Sabaudia, all’importanza della famiglia e a quella parola che la terra gli ha insegnato: costanza. Una carriera vissuta tra Serie B e Serie C, inframezzata da un’esperienza in Serie D alla Lupa Roma. Ora è alla Feralpisalò e si sta giocando la Serie B, da titolare. Una stagione difficile, tanti infortuni, ma lui non ha mai mollato ed è tornato in forma al momento giusto (due gol nei playoff che hanno portato la sua Feralpi a giocarsi i quarti di finale contro il Catania) per aiutare i suoi compagni a realizzare un sogno. Centrocampista di qualità e quantità. Uno che non si p mai arreso. Non è sempre stato facile per lui, ma la campagna gli ha insegnato che un brutto momento nel raccolto può capitare, solo non ci si deve abbattere serve costanza e lavorare ancora più duramente di prima.

“Sono cresciuto in una famiglia di contadini e il lavoro è sempre stato alla base del giorno. Sia da piccolo finita la scuola sia oggi che gioco a calcio d’estate torno a Sabaudia e aiuto mia mamma e mio papà a coltivare la terra e a raccogliere cocomeri. So i sacrifici che hanno fatto loro e che continuano a fare e ora che sono genitore lo capisco di più. La cultura del lavoro, la fatica mi hanno sempre aiutato a trovare qualche stimolo in più nei momenti bui, nelle difficoltà. La cultura del sacrificio me la porto dietro”. Un tesoro, il suo tesoro inestimabile, insegnamenti che valgono tanto e che lo hanno sempre aiutato a rialzarsi: “Non ho mai mollato anche quando ero alla Lupa Roma in Serie D e abbiamo vinto il campionato, ecco forse lì la mia voglia di non mollare trasmessami dai miei genitori mi è stata molto d’aiuto. La vita di un contadino poi è fatta anche di momenti difficili dove si raccoglie poco, magari una pioggia o una grandine rovinano il lavoro di un anno, ma non puoi mollare. Questo ce l’ho dentro. La mia carriera è stata un po’ un sali e scendi eppure io non ho mai voluto arrendermi”

Valori semplici e genuini, manco a dirlo. Eh sì perché Davide Raffaello è felice se accanto a sé ha la famiglia. Lì si ripara e trova conforto, ma allo stesso tempo è chiamato a svolgere un compito più importante, quello del papà. Già da un anno la sua vita è stata irradiata dalla luce del piccolo Tommaso un altro motivo per non mollare mai: “La mia famiglia, mia moglie soprattutto mi sta molto vicino e mi dà molta serenità, poi un anno fa è entrato nella nostra vita il piccolo Tommaso e questo ha contribuito a migliorarmi come persona. Adesso siamo in tre in casa e il mio bambino mi ha dato uno stimolo in più perché avere un figlio ti porta a voler dare qualcosa sia per te che per lui”. Basterebbe forse solo questo per spiegare chi sia Davide Raffaello, ma è di più: è una campagna enorme dove gli spazi più importanti sono dedicati alla famiglia, ai valori genuini e poi a lui. Forse questo dà un’idea di chi sia davvero: un ragazzo-padre che dedica anima e cuore al suo orticello per farlo diventare una campagna.

Ha dei sogni nel cassetto Davide e spera di realizzarli: “Università? Avevo tentato. Mi ero iscritto – dopo il liceo scientifico – a Scienze Giuridiche, una triennale di Giurisprudenza, ma non ho mai dato nessun esame. Purtroppo ci vuole un po’ di testa e in quel momento non ero pronto, ma ora ci stavo riflettendo e credo che sia il momento di ricominciare, rimettermi in gioco. Però questa volta in scienze motorie. Anche perché la nostra carriera non è eterna, 33/34 anni e poi dipende dalla fortuna di stare bene atleticamente e uno deve anche organizzarsi per il futuro. La cosa più importante è avere costanza per conciliare le due cose. Uso tanto la parola costanza? Per me è una parola importantissima. Soprattutto perché ho avuto tanti infortuni, quando sei un ragazzo e te ne capitano di ogni è facile mollare. Questo è uno sport dove nessuno guarda in faccia nessuno e tutto quello che hai te lo sei guadagnato e quello che non hai potevi guadagnartelo. Non ho mai avuto un modello a cui paragonarmi, mi è sempre piaciuto molto Marchisio. Come modello e persona, poi non voglio paragonarmi a lui perché lui è un livello totalmente diverso rispetto al mio, peccato però che negli ultimi due anni sia finito un po’ ai margini della Juventus, squadra di cui talaltro sono anche tifoso. Mi ha sempre dato l’immagine di una persona per bene. Ed è un bell’esempio in campo e fuori”. Umiltà. Non ci sono molti aggettivi per descrivere questo ragazzo che sa chi è e da dove viene e ha paura persino a pronunciare nomi così importanti.

Raffaello è questo, ama il calcio senza farne una malattia e se deve scegliere che partita guardare segue la sua Juventus, un amore trasmessogli dal papà anche lui juventino. E la sua prima maglietta? Non poteva che essere di un grande ex bianconero, Gianluca Vialli: “Mio papà mi ha regalato la sua maglia al compleanno dei 7 anni, credo. Bellissima, è stata la mia prima maglietta da calcio. La prima che mi sono comprato io? Durante una gita alle elementari. Mi comprai la maglietta di Pippo Maniero. Perché? Non lo so… sicuramente perché mi piaceva tantissimo la maglia del Venezia e poi perché lui segnava tanto. Ovviamente era tarocca, ma per un bambino era tutto”. Già secondo voi, uno come lui poteva voler di più? No, lui è felice con poco, gli bastava una maglietta anche tarocca, ma del suo idolo per essere felice.

E ancora oggi è legato alle piccole cose, quelle che valgono tanto. Il numero di maglia ne è l’esempio: “Ho scelto il numero 16 perché è il giorno in cui è nato mio figlio: 16 giugno 2017, ci sono molto legato”. Ancora la famiglia, anche sul ‘lavoro’ deve averla vicina non può e non riesce a separarsene, per lui è davvero tutto. Anche quando gli chiediamo se ama viaggiare lui risponde prontamente: “No, mi concentro sulla mia famiglia quando stacco dal calcio… l’hobby è la famiglia: in estate sto con loro in campagna, li aiuto a coltivare la terra, dedico solo a loro il mio tempo libero. A Desenzano purtroppo non ho una casa con un giardino per coltivare il mio orto, soffro un pochino in appartamento e in generale negli spazi chiusi”. Un contadino che durante l’anno accantona la zappa per prendere in mano una palla, ma appena può torna subito nella sua campagna, il rifugio dalla mondanità, il ritorno alle cose semplici e alla genuinità.

Un giocatore ‘diverso’, niente pennello in mano – come il cognome suggeriva – ma passione, valori e sacrifico. Il calcio è il suo amore, ma la campagna lo ha stregato prima e nel suo cuore un posto in prima fila lo ha anche e soprattutto lei, senza dimenticare la famiglia: cornice perfetta di una vita fatta di cose semplici e genuine.

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