L’OPINIONE DI – Capogrossi (Dreaming Football): “Lo scouting è fondamentale. C’è competenza, ma comandano gli interessi”

Opera su Roma e provincia e più genericamente nel Lazio, la Dreaming Football. Con a cuore lo sviluppo e la crescita professionale dei talenti in erba. Davide Capogrossi ne fa parte da qualche mese. Periodo intenso, fatto di partite visionate per i rettangoli verdi, sfruttando i rapporti professionali avviati con diversi club d’élite del panorama laziale ed alcuni professionistici di Serie A e B. Un database fitto di schede per ogni giocatore visionato, ormai centinaia e centinaia. Alla ricerca del profilo giusto, quello da scovare prima e lanciare poi, nel firmamento vasto ed impervio del professionismo. La redazione di Lazioingol.it ha voluto incontrare in esclusiva Capogrossi, per parlare ad ampio raggio del momento che stanno attraversando i settori giovanili nostrani. Momento non proprio roseo, confuso più che altro.
Come va questa nuova avventura nello scouting? Raccontaci… “A dir la verità non è del tutto nuova per me. Questo progetto si chiama Dreaming Football ed è vivo già da 2 anni, per merito di alcuni ragazzi volenterosi, spinti dalla passione comune per lo scouting ed il calcio giovanile. Dopo i sacrifici iniziali e senza alcun tipo di gratificazione dal punto di vista economico, tale idea è convogliata in una vera e propria società, che ad oggi collabora con diversi club professionistici ed altri di altissima levatura nel panorama del dilettantismo a livello regionale. Quest’anno copriremo tutta la fascia d’età che va dai 2000 ai 2004, dalle categorie Elite ai Provinciali. Il nostro staff è composto da una quindicina di ragazzi, adeguatamente formati. Sono sincero, ci stiamo togliendo delle soddisfazioni, perché parliamo di un progetto che non esiste a livello regionale e credo anche per quanto riguarda il territorio nazionale. Il progetto è davvero importante, proseguiamo con entusiasmo, consapevoli di avere in mano qualcosa d’importante”.
 
Il mondo dei settori giovanili in Italia appare nell’ultimo periodo parecchio bistrattato. Perché, secondo te? “È un discorso neanche troppo nuovo perché dall’apertura delle frontiere negli anni ’90 il trend sta diventando sempre più negativo e le società stanno remando in direzioni differenti. Se pensiamo che solamente 5 club in Serie A vantano un centro sportivo di proprietà, per quanto riguarda il settore giovanile, viene da sè che il dato è abbastanza preoccupante. Ciò ovviamente si riflette anche sui risultati delle selezioni italiane nelle competizioni continentali. I nostri soffrono parecchio, sono sempre meno pronti. Ci sono società che lavorano bene e che stanno perseguendo un certo tipo di discorso da parecchi anni e che riescono ad ottenere risultati importanti per quanto concerne i giovani, lanciando nell’età giusta i propri prodotti in prima squadra o comunque contribuendo alla crescita professionale del ragazzo. La situazione è preoccupante in diversi top club, che puntano tutto sulla prima squadra lasciando in disparte il settore giovanile. Il punto è che con le prime squadre si fanno i soldi ed in questo momento, con dei mercati sia europei che intercontinentali, che “promuovono” ed “esibiscono” giocatori di discreta qualità a prezzi modici, si preferisce puntare su quello piuttosto che lanciare dei giovani fatti in casa. È ovvio che questo porta a delle controindicazioni che riguardano l’intero nostro movimento calcistico. Soluzioni? Non ne ho, ma posso dire che è chiaro che in questo momento il settore giovanile italiano è tra i peggiori – se non il peggiore – se presi in considerazioni i migliori campionati continentali”.
 
Gli interessi vengono prima della competenza? “La competenza c’è, ma comandano gli interessi. Dietro al calciomercato c’è un movimento di soldi – anche a livello di marketing – molto importante, che non può essere abbattuto, fermo restando il fatto che si sta abusando con i trasferimenti con il mercato estero. I trasferimenti interni per il settore giovanile sono rarissimi. Oltre ad esserci degli interessi nell’andare a prendere giocatori da altri Paesi, c’è anche un discorso di poco coraggio. Giovani importanti ci sono, nonostante strutture e tornei non siano, a mio modo di vedere, adeguati. Il livello di competizione non è alto, motivo per cui i ragazzi, finito il ciclo in Primavera, non sono abbastanza pronti per le prime squadre. Non si prospetta loro un percorso di gavetta – poiché in Italia non è dato tempo ai giovani di formarsi, imparando anche dai propri errori – e finiscono per perdersi, quando va bene, nel giro dei prestiti, finendo spesso ai margini della rosa. In Italia si cerca di avere tutto e subito, non esiste la pazienza di aspettare questi ragazzi”.
 
Entro il nostro panorama regionale, quali sono le miglior fucine di giovani talenti? “Nel panorama laziale le cosiddette sette sorelle fanno da padrone, per quanto riguarda livello sportivo ed il livello tecnico. In questa cerchia di squadre ci sono realtà che ad oggi sono un gradino avanti e riescono anche ad occultare le più blasonate professionistiche. Mi riferisco all’Urbetevere, alla Vigor Perconti ed alla Tor Tre Teste, che grazie alla grande competenza di staff, dirigenti e tecnici anche a livello progettuale, riescono ad ottenere risultati molto importanti a livello sportivo, abbinandoli all’esposizione di giovani di qualità nella loro vetrina, riuscendo a proiettarli tra i pro. Si tratta di società sane, con dei valori, che da sempre riescono a fare bene. Dal punto di vista dei risultati sportivi stanno arrancando un po’ Lodigiani, Savio, Romulea, ma riescono comunque a lanciare diversi profili nel professionismo. Detto questo, mi piace sottolineare anche l’operato di società non così centrali anche a livello di posizione geografica, che però sono assolutamente sane, promuovono un calcio importante e riescono ad infondere ai propri giovani regole di vita e di calcio. L’esempio più lampante è la pontina Polisportiva Carso, che, in un paesino di poche anime, si fa forte di un gruppo di persone competenti che da anni lavora in questo contesto e  riesce a primeggiare nelle categorie di competenza, a mantenere gruppi importanti, a lanciare un paio di prospetti per fascia d’età e a sostituirli con elementi dalle caratteristiche simili, mantenendo sempre un livello di ritmo ed intensità molto alto”.
 
Con le normative degli under in età di lega, è fondamentale pescare bene se si vuol puntare ad un campionato di vertice. Sapresti indicarci qualche nome in rampa di lancio? “Quel che dici è vero. Si pesca di certo nei settori giovanili professionistici, ma si può pescare bene anche in realtà di Serie D. Ci sono tanti ragazzi importanti, preferisco non fare un nome piuttosto che un altro. È ovvio che se andiamo a vedere dei gruppi come la Romulea, alcuni sono andati a giocare nei pro, a 17 anni. Mi riferisco ai vari Mastrantonio, Panaioli, D’Aprile. Nelle grandi realtà del territorio dilettantisco capitolino si può dunque pescare bene ed in questo senso lo scouting assume un ruolo fondamentale. Anche in Eccellenza c’è lo scouting, ma forse non è fatto con i giusti metodi, con i giusti tempi. Bisognerebbe investire di più in questo senso, onde evitare che tanti ragazzi di qualità possano perdere il treno della loro vita perché non seguiti”.

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